Giulia Damiano, Giulia Penta

I progetti di “Così sarà! La città che vogliamo” hanno resistito alla pandemia? Su che cosa ha scommesso la città di Bologna in questo periodo di crisi? Abbiamo intervistato l’assessore comunale alla cultura Matteo Lepore per farci raccontare a che punto sono le politiche locali in quanto a risorse per la cultura, diritti dei lavoratori del settore e associazionismo, e per capire come i fondi europei del progetto PON Metro sono stati utilizzati al meglio nonostante i mutamenti forzati legati all’emergenza sanitaria.

Le attività del progetto "Così sarà!", per motivi di forza maggiore, sono state ripensate e riadattate per il digitale, ma non sempre l'online si dimostra funzionale quando si parla di comunità. Crede che alcune iniziative in programma potrebbero essere rimandate anziché riproposte in forma virtuale? E in generale, a che punto è Così sarà?

«”Così sarà” ha proseguito il proprio percorso nonostante il lockdown ed è stato interessante vedere la capacità di adattamento di tutte le realtà coinvolte. In primavera abbiamo spostato quasi tutto su digitale: tra aprile e giugno ci sono stati 79 incontri con 36 classi virtuali di 15 scuole di Bologna. In particolare abbiamo fatto delle letture e dei laboratori di drammaturgia multimediale dedicati al tema del viaggio attraverso la letteratura. Abbiamo aperto la pagina Facebook “Dire+Fare=Fondare” per ospitare gli eventi live, per incontrare i ragazzi e per coinvolgerli maggiormente, attraverso format come gli show cooking letterari dedicati al viaggio fra le città attraverso la cucina, o la serie “Cibi Cose Città” articolata in quattro incontri a cadenza bisettimanale a partire dal 2 maggio. L’evento conclusivo di questa prima parte si è svolto all’Arena del Sole, dove è stata rappresentata la “Mappa Mundi” elaborata dai ragazzi: è stata l’unica vera occasione che abbiamo avuto in presenza. Inoltre ci sono stati altri laboratori paralleli e progetti collaterali di “Così sarà”, portate avanti dalle realtà partner: Altre Velocità, il Teatro dell’Argine, Kepler-452, il Cassero, il Teatro Testoni la Baracca. Tutte queste attività hanno proseguito online nonostante il numero di incontri e di persone coinvolte si sia ridotto. Credo però che la prospettiva sia molto importante, perché abbiamo ideato un metodo: “Così sarà” non è stato immaginato per essere un percorso a sé stante, bensì un modo per trasformare il modo di lavorare delle istituzioni culturali, dei soggetti culturali in città, dedicandolo ai ragazzi».

In definitiva, quanto è cambiato "Così sarà" rispetto all’ideazione iniziale? Se lo immaginava diverso?

«Certamente me lo immaginavo diverso. Mi immaginavo due anni di lavoro nelle scuole e nei teatri con una grande partecipazione. L’obiettivo era coinvolgere tutti i ragazzi delle scuole e dare un’opportunità per fare del linguaggio del teatro e della visione culturale un elemento di cittadinanza attiva. Purtroppo l’abbiamo vissuto in maniera diversa, e tuttavia il fatto di essere messo alla prova dalla mancanza del pubblico è stato un esperimento forzato interessante, un esperimento che ci renderà più forti per quando finalmente potremo tornare in presenza».

Bologna ha una fondante storia legata all'associazionismo. In questo momento di crisi le associazioni sono tra le realtà che faranno più fatica a rialzarsi. Cosa ne pensa?

«Bologna è una città che ha un fermento dal basso molto forte, quindi le proposte dal basso sono state il canale con il quale abbiamo ideato “Così sarà” e tutti gli altri percorsi. Credo sia una cifra molto importante e questo è stato un modo per aprire il teatro alla città e le scuole alla città».

Considerato il rischio di calo forzato degli investimenti pubblici nella cultura, la fase post-Covid non rischia di accentuare la dipendenza del settore culturale dal volontariato? O di penalizzare la grande fetta di giovani laureati che costituisce questa spinta dal basso di cui Bologna va fiera?

«In questo periodo emergenziale abbiamo visto finalmente emergere il lavoro culturale nel nostro paese, in modo drammatico ma “finalmente”, perché si sono messi per la prima volta in campo degli ammortizzatori sociali per i lavoratori della cultura. È stata una scelta inedita, fatta per delle categorie di solito sommerse. Prima del Covid c’era tanta polvere sotto al tappeto, traducibile in lavoro precario, lavoro nero e volontariato, che altro non è che lavoro non pagato. Ne ho parlato con i miei colleghi assessori alla cultura e con diversi parlamentari: ci sono campagne che il parlamento dovrebbe presto tradurre in legge per indire uno statuto dei lavori culturali, ovvero sostituire ai sussidi i diritti. Una città da sola può fare relativamente poco, quindi serve una riforma nazionale per fare della cultura un lavoro realmente riconosciuto. Allo stesso tempo, a livello locale, abbiamo messo in campo dei bandi e dei finanziamenti di sostegno al lavoro culturale che non si sono rivolti solo ai professionisti o all’impresa, ma soprattutto al mondo dell’associazionismo e al terzo settore. Inoltre, abbiamo avviato una valutazione d’impatto del lavoro culturale: gli operatori culturali che finanziamo devono rendicontare le loro attività fornendo dichiarazioni di bilancio, così che possiamo capire qual è il loro peso occupazionale, quanti dipendenti hanno, quali collaboratori, quanti volontari. Abbiamo aperto un dialogo con loro per far crescere soprattutto l’aspetto delle relazioni contrattuali e regolari di un giusto salario. Questo è un percorso di crescita che bisogna avviare nel mondo della cultura, perché da un lato è vero che è colpa di un certo tipo di mercato o delle condizioni istituzionali, ma dall’altro sono proprio gli stessi lavoratori culturali che hanno una scarsa propensione a organizzarsi e a tutelare i loro stessi diritti».

Quando le porte di cinema e teatri hanno chiuso, una parte della politica italiana ha parlato più di torto fatto ai cittadini – i quali si sono visti negare i luoghi di aggregazione e scambio – che non di un torto fatto a chi in quei luoghi ci lavora. La cultura è stata considerata soprattutto un prodotto del quale non è più possibile fruire. Quale direzione bisogna prendere per correggere questo bias? Ridimensionare la monocultura turistica che in questi ultimi anni ha investito anche Bologna? È d'accordo con le parole dell’assessore al bilancio Conte, che ha detto che "se la Bologna del turismo è in crisi, la colpa è dei taglieri"?

«Penso che il turismo non sia in crisi per i taglieri, bensì per il Covid, e pensare il contrario credo sia una mancanza di rispetto per chi lavora nel settore della ristorazione e della gastronomia. Nel 2011, quando è arrivata la crisi economica dopo il crack di Lehman Brothers, la nostra disoccupazione era arrivata quasi al 20%, addirittura a oltre il 30% tra i giovani. Il turismo è stato l’ambito con il quale Bologna ha recuperato posti di lavoro e ha permesso a tanti di avere un reddito e un contratto. Come sempre poi il tempo passa e dalle opportunità nascono i problemi, quindi il turismo ha creato dei conflitti nuovi, ma il turismo era una dimensione che a Bologna non esisteva, e che ha portato flussi di relazioni internazionali che prima non avevamo. Nove anni fa a Bologna c’era un rapporto di 7 turisti italiani contro 3 stranieri, e nel 2019 prima del Covid il rapporto si era invertito completamente. In più, con il turismo abbiamo introdotto la tassa di soggiorno, con la quale da anni copriamo l’80% dei fondi destinati alla cultura. Il Comune di Bologna è uno dei primi in Italia che spende di più in cultura: si tratta di circa 35 milioni di euro all’anno, ovvero il 7% del bilancio comunale. Investire in cultura significa aiutare un sistema che dà lavoro a 26.000 persone in città. Naturalmente bisogna saper gestire il turismo e redistribuire la ricchezza dei flussi al di fuori del centro storico, ma il primo motivo di visita di Bologna non è il cibo bensì la cultura, e di questo dobbiamo essere consapevoli. Certamente il mercato della ristorazione si è espanso perché ci sono più persone che alloggiano in città, ma il motivo di visita non sono mai stati i taglieri: nessuno attraversa l’Oceano per venirsi a mangiare una fetta di mortadella. Si viene per la vita sociale, e non parlo di grandi eventi. Bruce Springsteen suona a New York, non a Bologna. Ciò che interessa al visitatore straniero è l’autenticità di Bologna, la sua bellezza, le relazioni con la comunità. Bologna è una città di passaggio e di mediazione, quindi bisogna arrendersi al fatto che questa è una città un po’ meticcia, di grandi movimenti, di pluralismo, e questo richiede la gestione dei conflitti che inevitabilmente si generano fra persone diverse, per esempio fra turisti stranieri e universitari. Non bisogna per questo rinunciare al turismo, bensì trovare delle soluzioni che salvaguardino i diritti degli uni e degli altri. Se dieci anni fa a Bologna si faceva fatica a lavorare nell’ambito culturale perché non c’era il mercato, mancavano finanziamenti e c’era una scarsa cultura manageriale nel lavoro culturale, oggi invece da ogni parte d’Italia si viene a fare arte e cultura a Bologna perché qui c’è questa opportunità più che in passato».

Per quanto riguarda l’eterogeneità che rende bella Bologna ,come stanno reagendo alla crisi realtà come il Nuovo Forno del pane, DAS, Fondazione innovazione urbana? Più nello specifico, il progetto Nuovo Forno del Pane, e da lei definito una "officina per giovani artisti", darà effettivamente "pane" agli artisti coinvolti? L'iniziativa prevede un risarcimento soltanto per materiale e forza lavoro impiegata per la fiera o garantirà anche un vero e proprio sussidio?

«Abbiamo messo a disposizione degli atelier all’interno della Sala delle ciminiere del Mambo, che quindi è stata chiusa ai visitatori del museo, offrendo degli spazi che sono diventati dei veri e propri studi per residenze d’artista; in più il museo si impegna a sostenere le produzioni degli artisti qualora li giudichi interessanti. Questa è sicuramente un’agevolazione economica per chi vuole lavorare in questo settore. Inoltre sono usciti un paio di bandi di sostegno alle produzioni artistiche e alla transizione durante il Covid delle realtà creative: in particolare, per il bando Incredibol sono arrivate molte proposte. Il Comune non può “mantenere” nel senso tradizionale del termine, ma può sostenere, perché l’idea è di dare opportunità in fase di avviamento e di mettere in atto una politica generale della città affinché Bologna, con i suoi flussi internazionali e con le sue fiere, permetta alle persone di vivere normalmente un’attività professionale in questo ambito».

Come ha risposto la città di Bologna al bilancio partecipativo?

«In termini di partecipazione, e considerato il contesto, direi bene. Abbiamo superato i 22.000 voti, mentre l’anno scorso abbiamo chiuso con 16.000 e l’anno prima ancora con 15.000. Considerando anche che non abbiamo potuto fare incontri in presenza ma solo laboratori online, la risposta è stata ottima. Una cosa nuova di quest’anno che ha destato molto interesse è stata la sperimentazione del voto sulle priorità. La cosa importante nel bilancio partecipativo è il processo, non tanto il voto in sé alla fine. Il fatto che in un anno di lavoro ci siano migliaia di persone che si siedono allo stesso tavolo per co-progettare le priorità, ci permette di far emergere i bisogni e le criticità in città. Certo, ci sono alcuni progetti che vincono e altri che rimangono esclusi, ma noi vogliamo guardare a tutto quello che è emerso in quanto costituisce una mappatura del pensare della città».